Il divario retributivo di genere in Italia

Le leggi italiane che vietano le discriminazioni, il divario retributivo di genere in Italia, le professioni e i settori in cui è più marcato.

Quali sono le leggi italiane che vietano la discriminazione sul posto di lavoro?
Nell'ordinamento italiano non esistono al momento norme che stabiliscano un obbligo generale di parità di trattamento tra i lavoratori. Nel momento in cui il datore di lavoro rispetta le norme del contratto collettivo, è libero di attribuire in maniera discrezionale dei trattamenti di favore ai singoli lavoratori.
Come tutti, il datore di lavoro è tenuto comunque al rispetto dell'articolo 3 della Costituzione, secondo il quale "tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge senza distinzioni". Inoltre, nel tempo diverse norme di legge hanno vietato al datore di lavoro comportamenti o atti volti ad applicare a gruppi o a singoli lavoratori condizioni diverse in ragione di loro caratteristiche o opinioni. Per esempio, gli articoli 15 e 16 dello Statuto dei Lavoratori sull'attività sindacale e il diritto di sciopero, che vietano le discriminazioni per motivi sindacali.
E' importante notare la differenza fra il principio di non discriminazione, applicato in Italia, che mira a reprimere le disparità legate a specifici motivi vietati, e il principio di eguaglianza, che invece mira a favorire l'applicazione di trattamenti uguali tra i lavoratori.
Con i decreti legislativi numero 215 e numero 216 del 9 luglio 2003 sono state introdotte nell'ordinamento le nozioni di discriminazione per motivi connessi alla razza o all'origine etnica, la religione, le convinzioni personali, l'handicap, l'età e l'orientamento sessuale.
Il nostro ordinamento distingue anche fra discriminazioni dirette e indirette. Un esempio di discriminazione diretta è un annuncio di lavoro che esclude espressamente persone che seguono una determinata confessione religiosa. Un esempio di discriminazione indiretta è una selezione per un posto di lavoro che prevede il superamento di una prova in una lingua specifica, la cui conoscenza non è però necessaria per la mansione richiesta.

Esiste una legge specifica sul divieto di discriminazioni di genere?
Il Codice delle pari opportunità tra uomo e donna (che completa la legge n. 125/1991 e il decreto legislativo n. 196/2000) vieta le discriminazioni dirette e indirette fondate sul sesso, sia per quanto riguarda l'accesso al lavoro, sia nello svolgimento del rapporto lavorativo.

Nonostante queste leggi che dovrebbero vietare le discriminazioni, esiste un divario retributivo di genere in Italia?
Sì, esiste. Secondo la Ue, il "gender pay gap" in Italia è piuttosto basso e si attesta sul 5,5%. Secondo una ricerca curata da Emiliano Rustichelli (Isfol) e resa pubblica ad ottobre 2011 dal Consiglio nazionale economia e lavoro (Cnel), invece, a parità di qualifica e impiego, il differenziale retributivo di genere misurato sul salario orario dei soli lavoratori dipendenti in Italia si attesta sul 7,2%. Dalla ricerca, condotta su 10mila lavoratori e lavoratrici italiane, emerge che il gap retributivo per le lavoratrici dipendenti risulta particolarmente elevato in alcuni ambiti: tra le donne meno scolarizzate raggiunge quasi il 20% e si mantiene oltre il 15% per chi possiede la licenza media.

Esistono delle professioni o dei settori in cui il divario retributivo di genere è più marcato?
Sempre secondo la ricerca del Cnel, la penalizzazione delle donne è più elevata nelle retribuzioni degli operai specializzati (20,6%), delle professioni non qualificate (17,5%) e degli impiegati (15,6%). Per quel che riguarda i settori, sono i servizi finanziari (22,4%) e quelli alle imprese (26,1%) a registrare un più alto "gender pay gap", ma anche nell'istruzione e nella sanità il divario è piuttosto elevato (21,6%).

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